MARIA VINCENZA CHIRIACO’
Fondazione CMCC – Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici
RICCARDO VALENTINI
Università della Tuscia
Abstract
La geopolitica dell’energia attraversa una fase di trasformazione strutturale. Per decenni, il potere economico e politico di numerosi Stati è stato determinato dalla capacità di estrarre ed esportare idrocarburi, consolidando il modello dei petro-stati. Oggi, la rapida diffusione delle tecnologie rinnovabili, la decrescita dei costi dell’elettricità pulita e le urgenze poste dalla crisi climatica stanno ridisegnando le gerarchie del potere energetico globale, favorendo l’ascesa di una nuova categoria di attori: gli elettro-stati. Questo articolo analizza la transizione in atto tra questi due paradigmi geopolitici, esaminando le traiettorie di riferimento — Cina, Unione Europea, Stati Uniti — e il potenziale del leapfrogging energetico per le economie emergenti. Vengono quindi discussi gli esiti della COP30 di Belém (novembre 2025), con le sue tensioni tra petro-interessi e agenda climatica, e le implicazioni geopolitiche del conflitto in corso con l’Iran, che ha reso drammaticamente evidente la fragilità strutturale di un sistema energetico globale ancora fortemente dipendente dalle rotte fossili. In questo quadro, la transizione verso un sistema energetico distribuito, fondato su rinnovabili, accumulo e, potenzialmente, nucleare avanzato, non è soltanto una risposta alla crisi climatica, ma una necessità strategica per la sicurezza e la resilienza delle economie nazionali.
Parole chiave: petro-stati, elettro-stati, transizione energetica, geopolitica dell’energia, leapfrogging energetico, COP30, sicurezza energetica
- Introduzione
Per gran parte del XX secolo e nei primi decenni del XXI, i combustibili fossili — petrolio, gas naturale e carbone — hanno costituito la linfa dell’economia globale. Il potere politico ed economico di molti Stati è risultato direttamente proporzionale alla loro capacità di estrarre, esportare e vendere idrocarburi. Questi Paesi, definiti petro-stati, hanno costruito modelli economici fondati sulle rendite fossili, impiegando il petrolio come principale leva di influenza internazionale e di accumulazione interna.
Negli ultimi anni, tuttavia, il rapido sviluppo delle tecnologie rinnovabili e l’urgenza crescente di affrontare il cambiamento climatico hanno delineato una nuova categoria emergente di potere nazionale: gli elettro-stati, vale a dire Paesi che fondano la propria strategia di sviluppo sulla produzione di energia elettrica da fonti pulite e sulla capacità di innovare nei processi di elettrificazione di industrie, trasporti e sistemi di rete. Questa trasformazione non è soltanto tecnologica: è profondamente geopolitica, e ridefinisce alleanze, competizioni e ruoli nella comunità internazionale.
- I Petro-stati: Dipendenze e Fragilità del Modello Fossile
I petro-stati — tra cui Arabia Saudita, Russia, Iran, Iraq, Kuwait, Venezuela e Nigeria — si sono sviluppati per decenni grazie alle ingenti rendite generate dall’esportazione di petrolio e gas. In questi Paesi, le entrate del settore energetico costituiscono una quota preponderante del PIL, del bilancio statale e delle esportazioni totali. Tale dipendenza ha generato sistemi politici spesso caratterizzati da economie di tipo rentier, con bassi livelli di diversificazione produttiva e marcata esposizione alle fluttuazioni dei prezzi globali degli idrocarburi.
La leva geopolitica dei petro-stati si manifesta attraverso organismi come l’OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio), capace di influenzare i prezzi mondiali del greggio attraverso la gestione delle quote di produzione. Per decenni, tale meccanismo ha rappresentato uno strumento cruciale nelle relazioni internazionali, con ripercussioni che si sono estese dai mercati dell’energia ai rapporti diplomatici con le principali potenze importatrici — Stati Uniti, Unione Europea, Cina e Giappone.
Tuttavia, il modello dei petro-stati mostra fragilità crescenti: la progressiva competitività delle energie rinnovabili, il calo strutturale dei costi dell’elettricità pulita e la pressione internazionale per la progressiva uscita dai combustibili fossili minano la sostenibilità di lungo periodo di sistemi economici ancora fondati pressoché esclusivamente sugli idrocarburi.
- Gli Elettro-stati: La Nuova Geopolitica dell’Energia Pulita
La controparte emergente di questo modello è rappresentata dagli elettro-stati. Questi Paesi non si limitano a produrre elettricità da fonti rinnovabili, ma ambiscono a dominare le tecnologie chiave dell’energia pulita: reti intelligenti (smart grids), sistemi di accumulo dell’energia (batterie e storage), idrogeno verde, elettromobilità e digitalizzazione dei sistemi energetici. Tre casi paradigmatici illustrano le diverse traiettorie in campo.
La Cina costituisce uno degli esempi più significativi di questa strategia. Pur rimanendo uno dei maggiori consumatori di carbone al mondo, Pechino ha investito in modo massiccio nelle energie rinnovabili, nel controllo delle catene di approvvigionamento dei materiali critici — come litio e terre rare — e nello sviluppo di infrastrutture di rete avanzate. Dalla produzione di pannelli fotovoltaici a quella di batterie e veicoli elettrici, la Cina sta costruendo un vantaggio competitivo strutturale che travalica la pura generazione di energia. Il suo obiettivo strategico è divenire un hub globale dell’economia elettrificata, riducendo al contempo la propria vulnerabilità alle importazioni di petrolio.
L’Unione Europea, sebbene non costituisca un singolo Stato, rappresenta un blocco geopolitico sempre più orientato all’elettrificazione, con ambiziosi obiettivi di energia pulita e normative volte a ridurre drasticamente le emissioni e a favorire la transizione elettrica in tutti i settori economici. I progressi europei nella riduzione della quota fossile nel mix elettrico dimostrano che il passaggio verso modelli energetici avanzati non è soltanto auspicabile, ma già in corso in diverse economie mature.
Gli Stati Uniti rappresentano un caso ibrido e particolarmente complesso. A partire dagli anni 2000, la rivoluzione dello shale oil e dello shale gas — resa possibile da nuove tecniche di estrazione da rocce profonde — ha trasformato gli USA in uno dei principali produttori mondiali di idrocarburi, riducendo la necessità di importazioni energetiche e rafforzando la proiezione geopolitica del Paese come esportatore di energia fossile. Durante l’amministrazione Trump, questa dinamica è stata ulteriormente accentuata: la promozione attiva dei combustibili fossili, la riduzione dei vincoli ambientali e il ritiro del supporto federale alle politiche climatiche multilaterali hanno delineato la visione di un’America energy-dominant, orientata al petrolio. Il disimpegno statunitense dall’IPCC, dall’UNFCCC, dall’Accordo di Parigi e la conseguente assenza alla COP30 di Belém rappresentano un esplicito allontanamento dalle politiche climatiche globali, alimentando interpretazioni di convergenza politica con petro-potenze come Russia e Arabia Saudita e contribuendo a configurare quello che alcuni analisti definiscono un “asse di ostruzione” nei negoziati internazionali sul clima. Allo stesso tempo, a livello tecnologico e industriale, gli Stati Uniti restano uno dei motori mondiali dell’innovazione nell’elettrificazione e nelle tecnologie pulite, con attori di primo piano nei settori delle rinnovabili, dei semiconduttori, delle batterie e delle soluzioni per le reti intelligenti. Questa dualità riflette una tensione strutturale tra l’eredità fossile e la spinta verso la transizione energetica, alimentata dalle dinamiche politiche interne e dall’influenza delle lobbies settoriali.
- Il Leapfrogging Energetico
Un concetto di crescente rilevanza nel dibattito sulla transizione globale è il leapfrogging energetico: la possibilità per i Paesi in via di sviluppo di saltare le fasi storiche di sviluppo basate sui combustibili fossili, adottando direttamente tecnologie energetiche avanzate e pulite — dalla solarizzazione diffusa ai sistemi di accumulo, fino alle reti decentralizzate. Questo tipo di salto tecnologico trova precedenti eloquenti in altri settori: nel campo delle telecomunicazioni, numerosi Paesi privi di reti fisse hanno adottato direttamente la telefonia mobile, saltando interi stadi di sviluppo infrastrutturale. Come paradigma, il leapfrogging capitalizza sulle transizioni già realizzate altrove per evitare fasi sperimentali e costosi errori strutturali, puntando direttamente alla diffusione rapida di soluzioni più avanzate ed efficienti. In questo modo, può contribuire a ridurre le diseguaglianze tecnologiche e ambientali, accelerando il posizionamento di quei Paesi che ambiscono a diventare elettro-stati nella nuova geografia dell’energia.
L’Africa, gran parte dell’Asia e dell’America Latina dispongono di risorse naturali abbondanti per la produzione di energie rinnovabili — sole, vento e idroelettrico. Queste regioni potrebbero potenzialmente evitare di replicare il percorso delle economie industrializzate, bypassando infrastrutture fossili e lock-in tecnologici per approdare direttamente a sistemi energetici più puliti e distribuiti. Tuttavia, il salto non è automatico: un leapfrogging efficace richiede trasferimento tecnologico, robuste capacità istituzionali, governance efficace e adeguata capacità finanziaria. Senza competenze tecniche, rafforzamento istituzionale e strumenti finanziari appropriati, il rischio è che il potenziale resti inattuato o che la transizione venga guidata dall’esterno, riproducendo nuove forme di dipendenza strutturale.
È in questo quadro che la cooperazione internazionale assume un ruolo decisivo. Un adeguato finanziamento globale per la transizione energetica può fare la differenza: se ben strutturato, può consentire ai Paesi emergenti non solo di decarbonizzare i propri sistemi, ma di ridefinire attivamente il proprio ruolo nell’economia energetica mondiale.
- La COP30 di Belém: Risultati e Implicazioni Geopolitiche
La COP30, tenutasi a Belém sotto la presidenza brasiliana nel novembre 2025, ha segnato il decimo anniversario dell’Accordo di Parigi. Dal punto di vista negoziale, la conferenza ha messo in luce le tensioni tra i petro-interessi e l’agenda della transizione, incarnando una natura profondamente duale — esemplificata dallo stesso Brasile, Paese chiave per la tutela delle foreste ma al contempo attivo produttore di petrolio.
Ospitata nel cuore dell’Amazzonia e presentata come la “COP delle foreste”, la conferenza ha registrato un coinvolgimento attivo delle comunità locali e della società civile, in netto contrasto con le tre precedenti COP ospitate in petro-stati come Egitto, Emirati Arabi Uniti e Azerbaigian, dove le manifestazioni pubbliche erano di fatto precluse. Tuttavia, il testo finale non ha incluso impegni vincolanti né sulla protezione delle foreste né sul phase-out di petrolio, gas e carbone, riflettendo le resistenze dei petro-potenti.
Tra gli esiti positivi va segnalato l’accordo su un aumento sostanziale dei finanziamenti per l’adattamento climatico, con l’impegno a triplicare le risorse disponibili entro il 2035, insieme a significativi impegni per l’espansione delle energie rinnovabili, delle infrastrutture di trasmissione e dell’accesso equo all’energia nei Paesi in via di sviluppo. Se efficacemente implementate, queste misure potrebbero creare le condizioni per processi di leapfrogging, consentendo a molte economie emergenti di integrarsi più rapidamente nella nuova economia dell’energia pulita, con potenziali effetti di riequilibrio nelle attuali gerarchie energetiche globali.
Sul piano geopolitico, la COP30 ha confermato una frattura ancora profonda tra chi punta a preservare il modello fossile e chi spinge per un’accelerazione verso le energie pulite e l’elettrificazione. I suoi esiti riflettono la competizione in atto tra petro-stati intenti a difendere il proprio ruolo ed elettro-stati che aspirano a guidare la nuova economia energetica globale; al tempo stesso, aprono spazi per un progressivo riequilibrio negli investimenti per la produzione energetica, con una distribuzione più diffusa e potenzialmente più equa delle risorse e delle opportunità legate alle rinnovabili e alle tecnologie di accumulo e trasmissione.
- Il Nucleare Avanzato e il Torio: Verso un’Autonomia Energetica Strutturale
Accanto alle energie rinnovabili, una seconda frontiera tecnologica si candida a ridefinire la mappa della dipendenza energetica globale: il nucleare avanzato di nuova generazione. Mentre i reattori di terza generazione (Gen III+) rappresentano un’evoluzione significativa rispetto ai precedenti modelli in termini di sicurezza e rendimento, è nell’ambito delle tecnologie di quarta generazione (Gen IV) e dei Small Modular Reactors (SMR) che si concentra oggi la maggiore attenzione strategica da parte di governi e investitori internazionali. Gli SMR, con potenza inferiore a 300 MWe, si caratterizzano per la modularità costruttiva, i costi di realizzazione contenuti, la possibilità di installazione in contesti geografici remoti e livelli di sicurezza passiva superiori ai grandi impianti tradizionali. Paesi come Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Corea del Sud e Cina stanno già finanziando programmi avanzati di sviluppo, mentre diverse economie emergenti li considerano un percorso praticabile verso l’autonomia energetica.
Tra le tecnologie di quarta generazione, particolare rilievo geopolitico assume il ciclo al torio e, in modo specifico, i reattori a sali fusi (Molten Salt Reactors, MSR), tra cui il prototipo di maggiore discussione è il Liquid Fluoride Thorium Reactor (LFTR). A differenza dei reattori convenzionali che impiegano uranio arricchito, questi sistemi utilizzano il torio-232 come materiale fertile, convertendolo in uranio-233 fissile attraverso l’irraggiamento neutronico. Il processo riduce significativamente la produzione di plutonio e di scorie a lunga vita, e presenta caratteristiche di sicurezza intrinseca superiori in alcune configurazioni impiantistiche: in caso di anomalia, il reattore tende a spegnersi autonomamente per effetto fisico, senza necessità di intervento attivo. L’India è il Paese che ha investito più sistematicamente in questa tecnologia, disponendo di riserve di torio tra le più abbondanti al mondo e avendo adottato da decenni un programma nucleare in tre fasi espressamente orientato allo sfruttamento del ciclo torioso. Anche la Cina ha avviato un programma di ricerca su reattori MSR presso il Shanghai Institute of Applied Physics, con l’obiettivo di operare un prototipo entro il decennio corrente.
Il dato più rilevante dal punto di vista geopolitico riguarda tuttavia la distribuzione geografica delle risorse. A differenza dell’uranio — la cui produzione mondiale è concentrata in pochi Paesi: Kazakhstan (circa il 43% della produzione globale), Canada, Namibia, Australia e Uzbekistan, con una significativa presenza russa nella catena di raffinazione e arricchimento — il torio è presente in quantità significative in una gamma molto più ampia di Paesi. Le riserve stimate più consistenti si trovano in India (~25%), Brasile, Australia, USA, Egitto, Turchia, Venezuela e Norvegia. Questa distribuzione geograficamente più diffusa implica che un sistema energetico fondato sul ciclo al torio ridurrebbe strutturalmente la concentrazione geopolitica delle risorse energetiche, sottraendo potere contrattuale ai Paesi che oggi detengono il controllo delle filiere dell’uranio e aprendo a un numero assai maggiore di Paesi la possibilità di sviluppare autonomia nel proprio mix energetico.
Sul piano della disponibilità fisica, il torio risulta da tre a quattro volte più abbondante dell’uranio nella crosta terrestre e è spesso presente come sottoprodotto dell’estrazione di terre rare e di minerali come la monazite, il che ne abbassa ulteriormente il costo di approvvigionamento. L’efficienza energetica del ciclo al torio è inoltre superiore: un chilogrammo di torio può teoricamente produrre energia equivalente a quella di circa 200 chilogrammi di uranio naturale o a 3,5 milioni di chilogrammi di carbone. Queste caratteristiche rendono il torio particolarmente interessante per Paesi che dispongono di riserve proprie ma non hanno accesso a filiere di arricchimento dell’uranio, storicamente controllate da un ristretto club di potenze nucleari.
Nonostante queste promesse, occorre tuttavia mantenere un approccio analitico equilibrato. Le tecnologie MSR e LFTR si trovano ancora, nella maggior parte dei casi, in fase di ricerca e sviluppo avanzato o di prototipazione: nessun reattore a sali fusi al torio è oggi in esercizio commerciale. Le sfide tecniche rimaste aperte riguardano la corrosione dei materiali strutturali da parte dei sali fusi ad alta temperatura, la gestione del trizio prodotto nel ciclo, e la complessità del riprocessamento del combustibile liquido. Sul piano normativo e della governance internazionale, il regime di non proliferazione impone verifiche rigorose, poiché l’uranio-233 prodotto nel ciclo al torio, pur diverso dal plutonio, presenta in alcune configurazioni profili di rischio che richiedono salvaguardie adeguate. Il nucleare avanzato non è pertanto una soluzione immediata, ma un investimento strategico di lungo periodo che, se sostenuto da adeguate risorse di ricerca e da quadri normativi internazionali solidi, potrebbe contribuire significativamente a de-concentrare il potere energetico globale.
- Instabilità Geopolitica e Resilienza Energetica: Il Conflitto con l’Iran
Il conflitto con l’Iran costituisce oggi uno dei principali fattori di instabilità del sistema energetico globale, rendendo concretamente visibili fragilità strutturali a lungo sottovalutate. I suoi effetti tangibili sui flussi di petrolio e gas hanno amplificato in modo drammatico la vulnerabilità intrinseca dell’attuale assetto energetico mondiale, offrendo al contempo una dimostrazione empirica della centralità geopolitica delle rotte energetiche.
Il nodo critico è rappresentato dallo Stretto di Hormuz, uno dei principali corridoi strategici per il transito energetico a livello globale. Attraverso questo passaggio marittimo transita circa il 20% della produzione petrolifera mondiale e una quota equivalente del commercio internazionale di gas naturale liquefatto (GNL). Le perturbazioni al traffico navale in quest’area hanno già generato tensioni sui mercati delle materie prime, spinte inflazionistiche e rischi di instabilità economica su scala globale.
Questa situazione evidenzia una realtà strutturale ineludibile: il sistema energetico globale è fortemente concentrato e, in quanto tale, intrinsecamente fragile. Una parte significativa dell’energia mondiale dipende da un numero ristretto di corridoi geografici e da un gruppo limitato di Paesi produttori. Quando uno di questi nodi entra in crisi, l’impatto si propaga con rapidità su scala internazionale, coinvolgendo prezzi, inflazione, catene di approvvigionamento e stabilità economica.
L’Europa si trova in una posizione di particolare vulnerabilità. Nonostante gli sforzi di diversificazione energetica intrapresi a seguito delle crisi degli ultimi anni, il sistema europeo resta fortemente dipendente dalle importazioni, tanto dirette quanto indirette. Il conflitto iraniano ha già prodotto effetti visibili: aumento del prezzo del gas, volatilità del mercato petrolifero e rischio di nuove crisi energetiche sistemiche.
In questo contesto, il conflitto con l’Iran rende ancora più urgente il passaggio da un sistema energetico centralizzato e geopoliticamente esposto a uno distribuito e resiliente. Tale transizione implica lo sviluppo capillare delle energie rinnovabili, l’integrazione con sistemi di accumulo e reti intelligenti, e la progressiva riduzione della dipendenza da rotte di approvvigionamento critiche. Il nucleare avanzato — e in particolare le tecnologie a torio analizzate nella sezione precedente — si inserisce in questo quadro come un complemento strategico di lungo periodo: non una soluzione immediata, ma un tassello di un sistema energetico strutturalmente più resiliente e meno vulnerabile alle instabilità geopolitiche.
- Conclusioni
La geopolitica dell’energia si trova oggi in una fase di trasformazione profonda e accelerata. Il modello dei petro-stati — fondato sulla rendita fossile — resta influente, ma è sottoposto a pressioni crescenti: non soltanto per effetto della crisi climatica, ma anche per le opportunità create da nuove tecnologie e da nuovi paradigmi di sviluppo.
Gli elettro-stati emergono come protagonisti di un modello di potere alternativo, in cui la capacità di generare, immagazzinare e gestire energia elettrica pulita diventa un elemento centrale della competitività nazionale e della sicurezza economica. La transizione in atto non ridefinisce soltanto le gerarchie energetiche, ma riscrive le fondamenta stesse della proiezione di potere nell’arena internazionale. Come il conflitto con l’Iran ha plasticamente dimostrato, un sistema fondato sull’energia fossile è per definizione concentrato e vulnerabile; un sistema fondato su energie distribuite — rinnovabili, accumulo, nucleare avanzato — offre strutturalmente maggiore resilienza e autonomia strategica.
La posta in gioco, in ultima analisi, va ben oltre la questione climatica: riguarda chi deterrà il potere nell’economia globale del prossimo mezzo secolo. In questo senso, la transizione energetica non è una scelta ideologica, ma una necessità strategica imposta dalla realtà geopolitica contemporanea. Investire in elettro-stati, in leapfrogging energetico e in sistemi distribuiti non significa soltanto affrontare la crisi climatica: significa costruire un ordine energetico mondiale più stabile, più equo e strutturalmente più resiliente.
Riferimenti bibliografici
1. Downs, E. (2000). China’s Quest for Energy Security. RAND Corporation, Santa Monica.
2. European Commission (2019). The European Green Deal. COM(2019) 640 final, Commissione europea, Bruxelles.
3. Hargraves, R., & Moir, R. (2010). “Liquid Fluoride Thorium Reactors: An Old Idea in Nuclear Power Gets Reexamined.” American Scientist, 98(4), 304–313.
4. IAEA (2005). Thorium Fuel Cycle — Potential Benefits and Challenges. IAEA-TECDOC-1450, International Atomic Energy Agency, Vienna.
5. IAEA (2022). Advances in Small Modular Reactor Technology Developments. International Atomic Energy Agency, Vienna.
6. IRENA (2019). A New World: The Geopolitics of the Energy Transformation. International Renewable Energy Agency, Abu Dhabi.
7. Kazimi, M.S. (2003). “Thorium Fuel for Nuclear Energy.” American Scientist, 91(5), 408–415.
8. Mahdavy, H. (1970). “The Patterns and Problems of Economic Development in Rentier States: The Case of Iran.” In M.A. Cook (ed.), Studies in the Economic History of the Middle East. Oxford University Press, Oxford, pp. 428–467.
9. Ross, M.L. (2012). The Oil Curse: How Petroleum Wealth Shapes the Development of Nations. Princeton University Press, Princeton.
10. Scholten, D. (ed.) (2018). The Geopolitics of Renewables. Springer, Cham.
11. Steinmueller, W.E. (2001). “ICTs and the Possibilities for Leapfrogging by Developing Countries.” International Labour Review, 140(2), 193–210.
12. UNFCCC (2025). COP30 Presidency Conclusions and Agreed Texts. United Nations Framework Convention on Climate Change, Belém.
13. Yergin, D. (2011). The Quest: Energy, Security and the Remaking of the Modern World. Penguin Press, New York.




